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Come è nata l'idea di scrivere il thriller storico La Chiave di Cristallo
post pubblicato in diario, il 21 ottobre 2012
Una Porta. Un Mistero lungo 333 anni. Una Chiave.
Cominciamo dalla Porta! :-)

La Porta Magica di Piazza Vittorio
Ho vissuto a Roma dal 1992 al 2008 ed ero solito passeggiare a Piazza Vittorio. L’idea del libro "La Chiave di Cristallo" nasce da questa Porta, posta in un angolo nascosto della Piazza, protetta da alte inferriate. Un giorno, chissà perché, la Porta ha attirato la mia attenzione e le sue misteriose incisioni mi hanno intrigato. Tornato a casa, ho effettuato una ricerca su Internet per saperne di più... e il mistero ha cominciato a infittirsi.
Sulla porta, infatti, sono scolpiti scritte e simboli che da più di 300 anni nasconderebbero un terribile segreto.

La Porta (detta "Magica" o "Alchemica") è tutto quel che resta di Villa Palombara, una residenza patrizia frequentata all'epoca dei fatti narrati ne "La Chiave di Cristallo" (1670-1680) dalle più brillanti menti d'Europa.
In Questo affresco la Porta si intravede sulla destra

Alla ricerca degli autori delle incisioni, mi sono imbattuto nella biografia del cavalier Francesco Giuseppe Borri. Pochi altri click ed ecco comparire sulla scena Cristina di Svezia, Athanasius Kircher, Massimiliano Palombara, Decio Azzolino e tutti gli altri personaggi del libro, tanto famosi all’epoca quanto a noi sconosciuti.

Mi sono sorpreso a fantasticare di poter attraversare quella Porta per vedere con i miei occhi com’era Roma sul finire del XVII secolo, incontrare quei personaggi tanto affascinanti, svelarne i misteri… e così è nata l’idea del romanzo!

Spero che il mistero vi intrighi quanto ha affascinato me...

Pubblicherò altri post sulla Porta Magica, sulle sue iscrizioni misteriose, su Villa Palombara e le persone che la frequentavano. Nel frattempo, spero che vi faccia piacere vedere le foto della Porta Magica sul mio Blog ;-)

Antonio
Il Manoscritto Voynich
post pubblicato in diario, il 20 ottobre 2012
Cari Amici,

Vi do la possibilità di guardare la versione "scansionata" completa , cliccando qui, di un rarissimo manoscritto: ne esiste una sola copia, conservata nella biblioteca dell'Università di Yale, presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library. .

Ne "La Chiave di Cristallo", questo manoscritto comparirà tra le mani del nostro amico Francesco Borri, affidatogli dal grande Athanasius Kircher, e risulterà determinante per le sue ricerche.

Il manoscritto Voynich, universalmente noto come il libro più misterioso del mondo, deve il suo nome a Wilfrid Voynich, un mercante di libri rari statunitense che lo acquistò dai gesuiti di Villa Mondragone, nei pressi di Frascati, nel 1912. I gesuiti necessitavano di fondi per restaurare la villa, e vendettero a Voynich trenta volumi, tra cui quello misterioso.

Voynich rinvenne, all'interno del libro, una lettera di Johannes Marcus Marci (1595-1667), medico reale di Rodolfo II di Boemia, con la quale egli inviava questo libro a Roma presso il cenacolo di Cristina di Svezia, che lo affidò ad Athanasius Kircher perché lo decifrasse. Voynich affermò che lo scritto conteneva minuscole annotazioni in greco antico e datò il volume come originario del XIII secolo. Nella lettera, recante l'intestazione "Praga, 19 agosto 1665" (o 1666), Marci affermava di aver ereditato il manoscritto medievale da un suo amico e che il suo precedente proprietario, l'imperatore Rodolfo II, lo aveva acquistato per 600 ducati (una cifra molto elevata), credendolo opera di Ruggero Bacone.

La datazione reale del testo sarebbe controversa, ma è possibile posizionare la stesura del testo intorno agli inizi del XVII secolo: un'analisi all'infrarosso ha rivelato la presenza di una firma successivamente cancellata: Jacobi a Tepenece, morto nel 1622 e principale alchimista al servizio di Rodolfo II. Avendo egli ricevuto il titolo di Tepenece nel 1608, questa prova renderebbe inverosimili le ipotesi di chi vorrebbe far risalire l'acquisizione del manoscritto a date antecedenti. Inoltre, una delle piante raffigurate nella sezione "botanica" è quasi identica al comune girasole, giunto in Europa all'indomani della scoperta dell'America, e quindi successivamente al 1492.

In molti, nel corso del tempo, e soprattutto ultimamente, hanno cercato di decifrare la lingua sconosciuta del Voynich. Il primo ad aver affermato di essere riuscito nell'impresa fu William Newbold, esperto di filosofia medievale. Negli anni '20 propose un elaborato ed arbitrario procedimento con cui tradurre il testo, che sarebbe stato scritto in un latino "camuffato". La conclusione a cui Newbold arrivò con la sua traduzione fu che già nel tardo medioevo sarebbero state conosciute nozioni di astrofisica e biologia molecolare. Newbold analizzando il manoscritto però si accorse che le minuscole annotazioni in realtà altro non erano che crepe nella carta invecchiata.

Negli anni quaranta i crittografi Joseph M. Feely e Leonell C. Strong applicarono al documento dei sistemi di decifratura sostitutiva, cercando di ottenenere un testo con caratteri latini in chiaro: il tentativo produsse un risultato che però non aveva alcun significato. Il manoscritto fu l'unico a resistere alle analisi degli esperti di crittografia della marina statunitense, che alla fine della guerra studiarono ed analizzarono alcuni vecchi codici cifrati per mettere alla prova i nuovi sistemi di decodifica.

Nel 1945 il professor William Friedman, attorniato da vari studiosi, optò per un approccio più metodico e oggettivo, nell'ambito del quale emerse la cospicua ripetitività del linguaggio del Voynich. Tuttavia, a prescindere dall'opinione maturatagli nel corso degli anni in merito all'artificialità di tale linguaggio, all'atto pratico la ricerca si risolse in un nulla di fatto: a niente servì infatti la trasposizione dei caratteri in segni convenzionali, che doveva fungere da punto di partenza per qualsiasi analisi successiva. In seguito a ricerche linguistiche, fu sposata la teoria che vedrebbe il Voynich come un semplice espediente truffaldino, volto a sfruttare il successo che a quel tempo le opere esoteriche solevano riscuotere presso le corti europee.

Nel 1978 il filologo dilettante John Stojko credette di aver riconosciuto la lingua, e affermò che si trattasse di ucraino, con le vocali rimosse. La traduzione però pur avendo in alcuni passi un apparente senso (Il Vuoto è ciò per cui combatte l'Occhio del Piccolo Dio) non corrispondeva ai disegni.

Nel 1987 il fisico Leo Levitov attribuì il testo a degli eretici Catari, pensando di aver interpretato il testo come un misto di diverse lingue medievali centroeuropee. Il testo tuttavia non corrispondeva con la cultura catara, e la traduzione aveva poco senso.

Lo studio più significativo in materia resta ad oggi quello compiuto nel 1976 da William Bennett, che ha applicato la casistica alle lettere ed alle parole del testo, mettendone in luce non solo la ripetitività, ma anche la semplicità lessicale e la bassissima entropia: il linguaggio del Voynich, in definitiva, non solo si avvarrebbe di un vocabolario limitato, ma anche di una basilarità linguistica riscontrabile, tra le lingue moderne, solo nell'hawaiano. Il fatto che le medesime "sillabe", e perfino intere parole, vengano ripetute con una frequenza tale da rasentare il beffardo, è attinente più ad una concezione inconsciamente accomodante, che non volutamente criptica.

L'alfabeto che viene usato, oltre a non essere stato ancora decifrato, è unico. Sono però state riconosciute 19-28 probabili lettere, che non hanno nessun legame con gli alfabeti attualmente conosciuti. Si sospetta inoltre che siano stati usati due alfabeti complementari ma non uguali, e che il manoscritto sia stato redatto da più persone. Imprescindibile quanto significativa in tal senso è poi l'assoluta mancanza di errori ortografici, cancellature o esitazioni, elementi costanti invece in qualunque altro manoscritto. Ha senso se e’ una copia (oppure se è stato prodotto usando degli “stampi”, degli “schemi”. In alcuni passi ci sono delle parole ripetute anche 4 o più volte consecutivamente.

Le parole contenute del manoscritto presentano frequenti ripetizioni di sillabe. Ciò spinse due studiosi (William Friedman e John Tiltman) ad ipotizzare che fosse scritto in una lingua artificiale in cui ogni parola è composta da un insieme di lettere o sillabe che rimandano ad una divisione dell'essere in categorie. L'esempio più noto di lingua artificiale è l'idioma analitico di John Wilkins, anche grazie all'omonimo racconto di Borges. In questa lingua, tutti gli enti sono catalogati in categorie, suddivise in sotto categorie, e ad ognuna è associata una sillaba o una lettera: in questo modo, se la classe generale dei colori è indicata con 'robo-', allora il rosso si chiamerà 'roboc', il giallo 'robof', e così via.

Questa ipotesi spiegherebbe la ripetizione di sillabe, ma fino ad oggi nessuno è riuscito a dare un senso razionale ai prefissi ed ai suffisi usati nel Voynich. Inoltre, le prime lingue filosofiche sembrano risalire a epoche successive alla probabile compilazione del manoscritto. A quest'ultimo proposito, è però facile obiettare che l'idea generale di lingua filosofica è tutto sommato semplice, e poteva preesistere.

Leggendo il romanzo "La Chiave di Cristallo" potrete scoprire come ho immaginato che francesco Borri possa aver decodificato il Manoscritto Voynich!

A presto,

Antonio
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